La vendemmia in Sicilia: il sapore di una tradizione che a Geraci Siculo ancora resiste

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I mesi di settembre e ottobre, con l’avvento della stagione autunnale, aprono le porte ad una delle attività tradizionali più importanti e sentite della nostra Isola: la vendemmia. In questo periodo, borghi e campagne della Sicilia si riempiono di colori ed odori, tramandando nel tempo quella che è una delle tradizioni contadine più antiche di sempre. Nel borgo di Geraci Siculo il periodo della Vendemmia è sempre stato uno dei più allegri dell’anno. A Geraci in quasi tutte le famiglie c’è una vigna da vendemmiare con parenti e amici, anche piccola, ma che possa assicurare le provviste di vino per uso casalingo per tutto l’anno.

Ancora oggi nel nostro piccolo borgo, la vendemmia è considerata una festa. L’occasione perfetta per una lieta scampagnata in compagnia di parenti e amici nelle vigne per poi festeggiare tutti insieme attorno ad una bella tavola imbandita.

La Vendemmia nella tradizione geracese

Ricordo con piacere e un pizzico di malinconia le vendemmie di quando ero bambina. Spesso, qualche giorno prima della vendemmia, andavamo tutti insieme a dormire in campagna. Non c’erano grandi comodità nelle case campestri, ma non importava. La cosa bella era riunire la famiglie e stare insieme a condividere qualche giornata in spensieratezza. Ricordo che quando eravamo piccoli mio nonno la sera accendeva il fuoco, una sorta di luminaria che per noi bambini era qualcosa di magico. Attorno al fuoco si scherzava, si cantava, si raccontavano storie e ci si dimenticava del mondo intorno. Poi la mattina della vendemmia, la giornata iniziava con una ricca e rustica colazione a base di pane, formaggio, olive e altre leccornie, soprattutto salate, preparate dalle donne di casa.

Dopo essersi ricaricati di energie, si andava tutti a raccogliere l’uva, anche noi bambini, ognuno con la propria cesta che poi gli uomini più forzuti trasportavano verso il palmento dove avveniva infine la pigiatura, il cuore pulsante della vendemmia. Questa procedura, anticamente, si svolgeva nel palmento: una larga vasca in muratura sopra la quale si trovava una piattaforma in cui veniva pigiata l’uva. Sotto di essa, una sorta di recipiente incavato al suolo, la tina, dentro cui scolava e veniva raccolto il mosto.

U pistaturi, a gambe nude e con indosso degli stivali, pigiava gli acini d’uva strato dopo strato, spingendo dentro il palmento con un forcone. Lo faceva per tutto il giorno e a questa pratica si univano spesso i bambini. Solo i maschi perché alle femmine, per antiche usanze, era inibito l’accesso alla pigiatura. Durante il pestaggio dell’uva si recitavano antiche orazioni propiziatorie per la buona resa del raccolto.

Infine avveniva la cd. Tramutatina, ovvero il travaso del mosto dal palmento alla tina, dove avveniva la prima fermentazione. Solo in questo preciso momento si veniva a conoscenza della resa quantitativa della vigna.

Intanto le donne di casa si occupavano della preparazione del pranzo. I menù potevano variare ma quello che non mancava in nessuna tavola era un buon minestrone con tanta verdura raccolta sul momento, consumato insieme alla pasta e condito con una bella spolverata di ricotta salata.

Il mosto rimaneva nel palmento fino alle prime ore del giorno successivo, versato poi in grandi botti di legno. Per assaporare i frutti del proprio lavoro, bisognava attendere la festa di San Martino. Perché, come dice l’antico detto:“A San Martino ogni mosto è vino”. Oggi, l’intero rito della pigiatura è solo un lontano ricordo. Adesso tutto viene fatto meccanicamente, affidandosi sempre più a strumenti tecnologici che mirano a produrre vini di alta qualità in tempi più rapidi ed economici. A Geraci però, la vendemmia è rimasta una usanza a cui tutte le famiglie non vogliono rinunciare. Come per onorare il passato, i propri avi e i ricordi di una tradizione che non potrà mai tramontare.

Maria Pia Scancarello

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